Orphée et Euridice

In differita dal Teatro alla Scala di Milano
ORPHÉE ET EURIDICE
Azione drammatica in tre atti
Libretto di Pierre-Louis Moline da Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Christoph Willibald Gluck
Regia Hofesh Shechter e John Fulljames
Direttore Michele Mariotti
Con Juan Diego Flórez, Christiane Karg, Fatma Said
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Compagnia di danza Hofesh Shechter Company
Maestro del coro Bruno Casoni
Coreografia Hofesh Shechter
Scene e costumi Conor Murphy
Luci Lee Curran riprese da Andrea Giretti

Durata 129 minuti

Opera cantata in francese, con sottotitoli in italiano

La standing ovation che ha accolto “Orphée et Euridice” al Teatro alla Scala ha sottolineato che si tratta di una delle più interessanti e attese produzioni della stagione 2018/19, uno spettacolo da non perdere!

In questo allestimento innovativo si uniscono magistralmente la più alta arte del canto, ricercatezza musicale e grande danza contemporanea, grazie alla direzione di Michele Mariotti, alla regia di Hofesh Shechter e John Fulljames, alle coreografie di Shechter e alla voce impareggiabile di Juan Diego Flórez.

L’elaborazione della perdita di Euridice si proietta così su più livelli espressivi, con l’orchestra sistemata su una piattaforma elevabile al centro del palcoscenico e circondata dai movimenti dei ballerini. Una scelta che restituisce tutta la carica rivoluzionaria di questa partitura, versione francese del capolavoro con cui Gluck segnò un passo fondamentale della storia della drammaturgia operistica.

Da vedere questo Orphée et Eurydice. È un’opera emblematica nella storia della musica perché rappresenta la riforma epocale intorno all’opera settecentesca, cioè la ribellione contro una concezione di opera schiava dello strapotere di cantanti/divi, snaturata da arie troppo virtuosistiche, con incredibili e complicate trame. La versione del 1774 del librettista Moline mantiene gli originari atti e scene, ma tiene conto del gusto francese: ha una orchestrazione più ampia adatta al Palais-Royal, affida la parte di Orphée a un tenore anziché a un contralto, offre un notevole spazio per le danze.

Il mito di Orfeo è conosciutissimo. Perde la sua amata Euridice morsa da un serpente velenoso e, grazie all’aiuto di Amour sollecitato dagli dei, corre a riprendersela nell’Ade a patto di non voltarsi a guardarla. Euridice, femmina qual è, pressa lo sposo finché lui la guardi provocandone la morte. Euridice muore di nuovo, ma ancora una volta Amore rianimerà la sposa. Perdersi e ritrovarsi, una condizione umana senza tempo.

La versione francese viene proposta al Teatro alla Scala per la prima volta, in una fortunata produzione del 2015 della Royal Opera House, Covent Garden di Londra.

Il coreografo israeliano Hofesh Shechter e il regista inglese John Fulljames concepiscono uno spettacolo semplice, estremamente essenziale; l’idea di fondo è che tutta la vicenda sia frutto della psiche di Orphée, sorta di percorso interiore della sua anima che prende forma davanti ai nostri occhi, in una fase di elaborazione del lutto e del dolore: niente lieto fine, quindi, niente ricongiungimento con l’amata, ma l’impatto con la cruda realtà (la morte di Euridice) e la sua accettazione.

Spoglie le scene di Conor Murphy: il palcoscenico, sovrastato da grandi pannelli movibili in legno lucido cosparsi di fori e oculi, è occupato solamente da un ponte mobile che, all’occasione, si alza o si abbassa, sul quale è posizionata l’Orchestra del Teatro alla Scala; risicati gli elementi di scena (una sedia, lampade da miniera, un falò).

Con una gestualità trattenuta, alquanto tradizionale, i cantanti sono spesso relegati al proscenio, interagendo con la compagnia di danza Hofesh Shechter Company, vero motore della rappresentazione, in un amalgama piuttosto riuscito di musica, voce, movimento. I danzatori eseguono coreografie di Shechter, alternando passi di ballo classico, neoclassico, contemporaneo e street dance, adottando un linguaggio forte e autentico, prepotentemente cinematografico e odierno.

Durante la serata si alternano, così, la Pantomima delle Ninfe e dei Pastori, dal sapore arcaico e rituale; la selvaggia Danza delle Furie, dionisiaca e tribale, con ballerini a petto nudo e imbrattati di fuliggine; la Danza degli spiriti beati, maggiormente eterea e apollinea; il Ballo finale, un tripudio di fluidità, brio e movenze a tratti scomposte.

Lo scenografo Murphy firma anche i sobri costumi, di foggia contemporanea, giocati su cromie misurate: blu elettrico per Orphée, azzurro per Euridice, bianco e nero per il coro, grigio-verde, giallo e celeste per i ballerini; degno di nota il tailleur dorato a pantalone indossato da Amour.

Le luci di Lee Curran, riprese da Andrea Giretti, sono perlopiù calde e ambrate, bianche e glaciali in rari frangenti quali il lamento del cantore nel terzo atto.

Nel complesso equilibrata la direzione ovattata di Michele Mariotti, improntata a sonorità dolci e morbide, all’occorrenza brillanti e più sostenute, sempre attenta ad agevolare il canto. Non sempre convincente l’agogica dei tempi, eccessivamente lenti e privi di nerbo in alcuni momenti come, per esempio, l’Ouverture o il Preludio del secondo atto.
Mattatore della recita è Juan Diego Flórez: in possesso di una voce non debordante ma ben proiettata, timbricamente mediterranea e solare, il tenore peruviano esibisce un registro acuto saldo, un fraseggio dinamico e una buona padronanza del francese. Nell’arietta “L’espoir renaît dans mon âme” emerge per la facilità con la quale sciorina le impervie colorature, mentre nell’aria “J’ai perdu mon Euridice” delinea un protagonista dolente e intenso, inizialmente combattivo, più elegiaco nel da capo.
Musicale l’Euridice del soprano tedesco Christiane Karg, distintasi per una vocalità omogenea, cristallina nelle note alte, e per un’interpretazione sbalzata a tuttotondo, molto volitiva. Piace qui ricordare almeno l’aria “Cet asile aimable et tranquille”, intrisa di serenità e tenerezza, cesellata con raffinatezza.
Delizioso l’Amour sbarazzino di Fatma Said, ex allieva dell’Accademia del Teatro alla Scala, già apprezzata da chi scrive nei panni di Pamina nel 2016 al Piermarini: il soprano di origini egiziane si fa notare per uno strumento avvolgente, luminoso in acuto, e per una resa ammiccante e smaliziata del ruolo. Di forte presa i numerosi interventi del Coro del Teatro alla Scala, guidati con sapiente maestria da Bruno Casoni, incisivi e puntuali.

 

Biglietti:
Intero € 12 – Ridotto € 11 – Tiberio Club €10

 

Proiezione unica:
Mercoledì 3 giugno 2020 – ore 20:15

Data

03 Giu 2020

Ora

20:15

Costo

12,00 - 10,00

Luogo

Cinema Tiberio
Rimini
Categoria

Prossimo evento

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